Non c’è un editoriale o articolo recente che con cadenza periodica non dedichi una riflessione alla rivoluzione elettrica dell’auto: Prestazioni straordinarie dei motori, nuove colonnine, batterie in grado di fornire più energia e ricaricarsi in tempi più rapidi. Nascono nuove società per la distribuzione dell’energia e incomincia la comunicazione martellante sui media.

Sembra quindi che i giochi siano fatti e che il passaggio alla mobilità elettrica sia ormai scontato e inarrestabile. È solo questione di tempo. A ciò si aggiunge la politica che, come sempre cavalcando a suo favore tutto ciò che porta consensi, annuncia soluzioni più o meno spettacolari come quelli di un imminente divieto di vendere veicoli a combustione o una battaglia contro il diesel che una volta di chiamava “Diesel pulito”. Lo stop alla combustione lo hanno dichiarato i cinesi, soffocati dallo smog, ma anche diversi governi occidentali.

In realtà, l’auto elettrica, al momento, non esiste ancora a meno di considerare commerciabili vetture che costano 1 volta e mezzo il prezzo di un’auto a combustione o hanno un’autonomia insufficiente a convincere i maggiori sostenitori.

Ma quali sono le ragioni che stanno determinando quello che ormai è diventato un passaggio tecnologico inarrestabile e che sta spingendo i costruttori a deviare impressionanti investimenti verso l’elettrico, passando per l’ibrido,  con annunci di lanci di prodotto più o meno imminenti?

La prima è certamente una maggiore attenzione alla crisi del pianeta che ormai sembra inarrestabile e confermata dai sempre più frequenti eccezionali eventi climatici. Questi ci ricordano con cadenza periodica il danno che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo all’ambiente e il costo sociale elevatissimo sia economico che di vite umane.

C’è inoltre una generazione meno allettata dall’avidità economica e di potere dove la ricchezza non è legata ai prodotti di consumo ma è soprattutto qualità di vita, tempo libero, viaggi, conoscenza e salute. Difficile spiegare perchè questa generazione abbia valori così diversi dalla precedente anche se  la motivazione principale sembra essere lo svantaggio determinato da barriere molto più complesse all’ingresso nel mercato del lavoro che li rende meno condizionati dagli stereotipi classici del successo economico. Una generazione che rappresenta la nuova classe elettorale con cui si dovranno confrontare tutti i partiti politici. Una conferma è il recente successo dei verdi in Baviera.

Un’altra motivazione è ricercabile nell’atteggiamento  dei costruttori di automobili ormai arrivati al un vicolo cieco in termini di ricerca e innovazione. Per anni si sono concentrati sul marketing di prodotto esasperandolo e progettando tutto ciò che era possibile per sfruttare ogni nicchia di mercato senza abbandonare il motore endotermico.  Le innovazioni più recenti sono indotte da altri settori (cito ad esempio i fari led o la connettività).

A fianco di tutto ciò c’è la generazione di cui parlavamo prima che vuole reinventare la mobilità sostenibile, con le forme di noleggio e di sharing sempre nell’ottica del miglioramento della qualità della vita e meno dipendenza dal prodotto in se stesso.

Le città sono sempre più congestionate, i costi di gestione dell’auto sono diventati proibitivi e le amministrazioni locali a volte speculano assumendo un atteggiamento punitivo per recuperare risorse e assestare i propri bilanci.

Ultimo fattore, ma non meno importante, va ricercato nel minor peso delle lobby del petrolio. Nuove tecnologie a costi ridotti hanno consentito di individuare più facilmente giacimenti petroliferi ed è molto più complesso far reggere accordi di cartello sulla produzione come in passato.

In questo contesto c’è anche chi rema contro sostenendo, a difesa del motore endotermico, ragioni legate allo smaltimento delle batterie o alle difficoltà di produzione dell’energia elettrica. Recentemente sono apparse delle discutibili indagini a riguardo.

In un recente convegno ho sentito addirittura affermare che, poichè in Italia l’energia elettrica dipende dal petrolio, non sarebbe opportuno introdurre l’e-mobility al contrario di Francia e  Germania dove l’energia viene dalle centrali nucleari o addirittura in Cina dove ne costruiscono una ogni anno.

Pensando in un ottica globale e di salvataggio del nostro pianeta saremmo già contenti se la Cina risolvesse i suoi problemi ambientali. Certo l’auto non è l’unico fattore di inquinamento e lo sappiamo benissimo (riscaldamento, industria, mezzi pesanti etc…). Dobbiamo però  smettere di pensare in un’ottica regionale.

Tornando all’auto il punto di riflessione è che non si possono fare delle valutazioni “a bocce ferme”. Ovvero il mondo sta investendo nella ricerca e sviluppo e quello che vediamo (e valutiamo) oggi non sarà più confrontabile fra 5/10 anni. Così come è successo in altri settori forse si potrà  raggiungere l’obiettivo di rendere le batterie riciclabili e riutilizzabili al 100%, sostenibili le percorrente (oltre i 900 km con una ricarica) o addirittura risolvere il problema dell’approvvigionamento grazie a nuovi e efficienti pannelli solari inseriti nella carrozzeria.

Unica cosa certa è che il dado è tratto e la mobilità elettrica ridisegnerà la competizione fra i produttori di auto. Un pò come è successo con gli smartphone. Nokia e Huawei docet.

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